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Podcast, podcasting, classifiche di podcast più ascoltati. Si fa un gran parlare di contenuti audio da fruire liberamente in streaming, destreggiandosi tra le classifiche dei più ascoltati e seguiti, ma da dove inizi la storia del podcast e la sua straordinaria diffusione “ritardataria”, e la classificazione organica sui tipi di podcast diversi che esistono a disposizione degli utenti, sono temi ancora freschi dell’era tecnologica e solo negli ultimi anni si è riusciti a coniarne una definizione e cominciare ad organizzarne la timeline di sviluppo e differenziazione.

Esattamente, cos’è un podcast? La definizione di podcast più asciutta ed esaustiva è questa: un programma audio non dal vivo, registrato, tendenzialmente di natura seriale o comunque a episodi più o meno regolari, che viene diffuso su piattaforme apposite di podcasting o via altri canali Internet e audio (ad esempio gli audiopodcast inviati come messaggio vocale via Telegram, ma non andiamo troppo avanti). È caratterizzato da una durata (un tempo stabilito), un argomento (più o meno specifico che rispetta una scaletta precisa di esecuzione) e dalla possibilità di playlist continuativa.

E perché si chiama podcast? Tracciare le rotte di un nome così originale e innegabilmente legato ad Apple significa partire dalla sua storia, che inizia nei primi anni 80 con i rudimentali precursori della moderna tecnologia: il Multicast Network era un provider di contenuti audio in formato MIDI e MBone, tendenzialmente legata all’istruzione e alla ricerca, più che alla divulgazione narrativa. Già negli anni successivi, con lo sviluppo delle reti internet in dial-up, nacquero i primi abbonamenti audio e iniziarono a perfezionarsi i contenuti della Internet Talk Radio da ascoltare a piacimento, quando si voleva, non necessariamente in diretta: già da lì si cominciò a introdurre il termine “radio asincrona”, che sarebbe diventato prassi diversi anni più tardi.

Resta aperta la domanda: quali sono le origini del suo nome? Tutta colpa di Apple. “Pod” significa baccello, che l’azienda di Steve Jobs aveva incorporato nei suoi primissimi lettori mp3, gli iPod, ispirati proprio all’idea di “contenitore naturale” di piccoli elementi audio, come legumi in un baccello. “Cast” invece significa diffondere, ed è preso in prestito dal termine “broadcast”, verbo e sostantivo che identificano immediatamente la diffusione radiofonica di massa via etere. Il perché si sia scelto questo nome è dovuto alla crasi tra iPod e broadcasting. Tradotto in termini pratici, diffusione di piccoli programmi audio da ascoltare tramite lettore mp3: a rendere comune il termine per primo fu il giornalista del Guardian e della BBC Ben Hammersley, nel 2004, in un articolo intitolato “Audible revolution” che profetizzava le nuove tendenze audio dei primi anni 2000 sul giornale inglese.

Gli inventori tech del podcast sono stati identificati in Adam Curry e Dave Winer, che hanno implementato e migliorato la tecnologia di distribuzione audio via feed RSS che tanto ha contribuito a rendere universale il podcasting. In tutta onestà però furono 3 avvenimenti socioculturali dei primi anni 2000 a far sviluppare la diffusione dei contenuti audio in streaming on demand: una rete Internet sempre più vasta e massificata, disponibile per tutti e in grado di soddisfare ogni esigenza; i primi lettori mp3 portatili, non solo marchiati dalla mela morsicata; la digitalizzazione capillare delle produzioni audio, che da analogici taglia+cuci diventano sempre più sofisticate e precise.

Quando si parla di tipi di podcast, però, il discorso si complica: a quale classificazione ci si deve rivolgere?
Una suddivisione su base tecnica, che si riferisce alla differenza di creazione del podcast, o su base format, che invece si concentra proprio sulla sua forma espressiva? A parità di utilità, valgono entrambe: nella classificazione di tipologie tecniche di podcast si parla semplicemente di podcast creato ex novo, quindi contenuto originale registrato appositamente, o podcast quale versione on demand di un programma radiofonico già esistente, speakerato o musicale non fa differenza, che viene messo a disposizione degli ascoltatori subito dopo la messa in onda usuale.

Per quanto riguarda i tipi di podcast a livello di format, la giungla è vasta di proposte e differenziazioni. Fondamentalmente si parla per argomenti specifici, e più sono verticali e capillari, più raccolgono l’attenzione delle proprie nicchie di ascolto. Di tipi di podcast ce ne sono tantissimi: i va dall’evoluzione degli antichi radiodrammi, oggi rappresentati dai podcast di true crime (che sono tra i più ascoltati e appassionanti per il genere narrativo che incorporano), alle audioletture (come gli audiolibri ad episodi, che un certo senso rientrano in questa categoria). Ma ci sono anche podcast di politica, podcast educativi/pedagogici (tipo i corsi di lingua), podcast di divulgazione scientifica o storica, podcast di analisi culturale, podcast di marketing famosi, podcast di interviste e dialoghi tra conduttore e ospite. Cosa funziona nei podcast? Tutti gli esperti di audio sono concordi: per creare un podcast di successo serve una grande capacità narrativa, perché quello che rende originale e unico un podcast è proprio la parola, o meglio la capacità di mettere insieme parole suggestive che raccontano atmosfere, pathos ed emozioni. Tutto il meglio
dell’audio in versione on demand.

Un’altra necessaria differenziazione sui tipi di podcast esistenti, per quanto molto specifica, è quella della produzione audio. Più che sulla narrazione e la scrittura che andrà letta in registrazione, il focus si sposta sull’elemento audio per eccellenza, il sound engineering o semplicemente in italiano il sonoro. Ed è un punto dolente sul quale molti podcaster hanno iniziato ad investire correttamente, coinvolgendo registi e producert radiofonici, sound designer, audio technicians, per avere la giusta base (è il caso di dirlo). Data la sua natura evocativa, il podcast ha bisogno di un tappeto sonoro valido e molto curato che accompagni la voce narrante al suo meglio.

Esistono anche podcast speakerati senza alcuna base musicale o tappeto sonoro: scelte stilistiche valide, in alcuni casi. Un sound sbagliato può far interrompere la riproduzione del podcast e far perdere un ascoltatore, meglio non averlo che averlo fatto male. Ma per grandi podcast che sono arrivati capillarmente ad una diffusione certosina, è accuratissima la scelta degli effetti sonori, delle basi musicali, delle registrazioni che possono essere incorporate dentro per dare ritmo alla narrazione. Un esempio su tutti è Veleno di Pablo Trincia, podcast originale (tecnica) di true crime (format) magistralmente registrato ed editato dal punto di vista sonoro (con effetti, voci, suoni che servono a creare e far vivere mentalmente determinate atmosfere).

Arianna Galati