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Non è facile dare una definizione asciutta di smartworking. Non è telelavoro, non è lavorare da casa. E non è nemmeno, come alcuni sono arrivati a pensare, una sorta di vacanza a basso ritmo, propedeutica al rientro in ufficio. Cos’è lo smartworking è una domanda che rimbalza da diverse settimane nelle teste dei tradizionali dipendenti da cartellino. Un freelance, una partita iva, un libero professionista probabilmente sa già la risposta per esperienza diretta. Il termine inglese smartworking si traduce letteralmente in “lavoro intelligente”, ma cosa ci sia di intelligente è da chiarire. In senso positivo, s’intende. Così da regalare una specifica onnicomprensiva di tutti i significati racchiusi nella parola.

Lo smartworking è una frontiera lavorativa ampiamente conquistata e superata in parecchi ambiti professionali. È un termine paradossale, perché racchiude la pianificazione delle proprie libertà e al tempo stesso organizza gli orari in maniera quasi rigorosa. È fatto di flessibilità e produttività, di tempi liberi personali, di videocall con responsabili e capi. Sulla carta lo smartworking è stato dipinto come la migliore versione possibile del lavoro in tempo di crisi: una connessione internet, un computer, un paio di auricolari per evitare di far sentire i contenuti delle riunioni a tutti, e l’operatività è assicurata. I freelance hanno riso a denti stretti di fronte alla sbandierata semplicità dello smartworking: non è esattamente così facile come lo si fa immaginare.

Anche la pianificazione giornaliera richiede disciplina, gli incastri vanno studiati. Chi lavora con l’estero deve tenere conto dei fusi orari e delle reperibilità. Chi ha clienti da seguire si è inventato nuove modalità di collegamento, di keep in touch (come ci aveva raccontato una giornalista ufficio stampa), cercando di non intasare Whatsapp di comunicazioni lavorative. Perché in ogni caso, a prescindere dalle descrizioni favolistiche, lo smartworking è lavoro e come tale va considerato: chi pensa che sia la via facile per lavorare, è evidente che non lo ha sperimentato per un periodo sufficiente a comprenderne le sfumature, positive o negative che siano.

Ne sottolineano molte specifiche Andrea Arrigo Panato e Alessandro Donadio in un articolo su EconomyUp, intitolato “Dialogo tra un commercialista e uno che ne sa su smart working e quel che resterà dopo il coronavirus”, incentrato nel caso specifico sul dibattito plurivocale sviluppatosi durante le varie fasi della pandemia mondiale. Sostiene Donadio che lo smartworking sia prima di tutto una scelta del dipendente, ma nel momento del lockdown è stato più che altro imposto, quindi si dovrebbe parlare principalmente di remote working, lavoro da remoto. Finezze lessicali a parte, lo smartworking viene considerato intelligente perché libera il lavoratore dal vincolo di tempo e spazio. È un nuovo modo di pensare il rapporto tra persona e organizzazione del lavoro, tra persona e vincoli esterni come può essere un ufficio, tra persona e obiettivi lavorativi raggiungibili in funzione della nuova modalità lavorativa.

Lavorare in smartworking richiede consapevolezza di sé e della propria professionalità. C’è chi lavora meglio in un bar affollato e chi invece ha bisogno di silenzio assoluto, chi riesce a gestire il flusso lavorativo acciambellato sul divano e chi invece non riesce a staccarsi dalla scrivania. C’è chi è più produttivo al mattino presto e chi invece rende al massimo nel tardo pomeriggio. Chi punteggia le chat di battute spiritose e chi invece non interviene mai. Ogni lavoro ha i suoi tempi, ogni lavoratore si inserisce in essi con i propri, e con la sua dose di personalità.

La grande richiesta del lavoro di team in smartworking è la capacità di essere fluidi nelle relazioni interpersonali. Mancano fisicamente ma possono essere parzialmente colmate con messaggi, chat, telefonate che non sono solo semplici check di produttività. Inoltre, in smartworking l’impegno cruciale è rendersi conto del proprio peso nell’ingranaggio generale del lavoro. Questo è un punto che purtroppo molti capi fanno fatica a intuire e a trasmettere ai loro dipendenti. A loro volta, gli impiegati non riescono davvero a entrare in un meccanismo di lavoro totalmente diverso, molto più libero, certo, ma basato realmente sulla responsabilità individuale.

Nel momento storico vissuto, si è compreso finalmente che molti vecchi schemi lavorativi possono essere riadattati modificati, resi più flessibili senza dimenticare i diritti di chi lavora e le esigenze di tutti. Capire come sarà il primo grande passo per avviare la società ad una nuova rivoluzione delle professioni.